Caro Gennaro,

Sono tempi di grandi cambiamenti. Tanto grandi che capita di veder organizzare dibattiti su “e adesso, cosa facciamo?”

Finalmente!

Così, dopo tanti anni, ho pensato di venire di persona ad ascoltare un dibattito. E’ una domanda che mi interessa da sempre, “Cosa facciamo?”; figurarsi adesso.
Ho voluto tornare a sentire le risposte di organizzazioni che per decenni ho seguito solo di seconda mano; attente a questioni importanti, alcune che occupano i miei pensieri fin da ragazzino, alcune che per tanti anni io ho trascurato e oggi riscopriamo in molti.

Insomma: dopo decenni, sono venuto a sentire un dibattito politico, organizzato da un partito.

Uno dei motivi che mi ha spinto a venire è che c’eri tu – avevo trovato interessanti altri tuoi interventi. Allora, visto che il dibattito mi ha fatto nascere una grande domanda, ho pensato di indirizzarla a te.

Sala piena, molte centinaia di persone. Partecipazione intensa, più giovani di quanti pensassi, molti anziani come pensavo. Applausi misurati, attenti a influenzare il dibattito dimostrando quanti tra il pubblico approvano cosa. Qualche esclamazione gridata per farla sentire a tutti; una o due perfino raccolte dai relatori e dal moderatore per alimentare la discussione.
Moderatore acuto – sì, un po’ sono venuto anche per lui – rispettoso del partito che lo ospita e della platea che li sostiene, rispettoso dei relatori e della discussione, attento a indirizzarla con domande anche aggressive. Per dare un’idea, la prima è stata più o meno: siete tutti ex-qualcosa, avete perso ruoli importanti; come pensate di recuperare?

E subito la sorpresa: i relatori rispettano i tempi, sono concisi, sviluppano l’analisi di cosa sta succedendo … e  rinviano le risposte.
È vero: quel che succede è importante, rovescia probabilmente alcune delle prospettive con cui abbiamo interpretato per decenni l’economia.
Ancor più vero: oggi molte analisi di quel che succede, moltissime proposte su che fare, proprio quelle più vicine ad essere messe in pratica, applicano ancora quelle prospettive che sembra si stiano rovesciando e vadano rovesciate.  Saranno probabilmente proposte sbagliate, dannose.
Ma le analisi servono per decidere cosa fare! Nonostante le domande del moderatore, nonostante il titolo del dibattito, tutti i relatori ne parlano il più tardi possibile, come a tenere le loro proposte al riparo dal dibattito, oppure – tu, Gennaro – in toni che mi sono parsi lievi, come trattenuti.

Alla fine, le proposte arrivano. Specifiche, chiare pur se espresse con attenzione, a volte con cautela. Legate strettamente a quella lunga analisi – come trincerate, incanalate tra pareti di analisi della realtà.
Proposte soprattutto concentrate su cosa fare con le organizzazioni politiche: in parlamento con gli altri partiti, più ancora fuori dal parlamento con movimenti che in Italia e altrove fanno politica altrimenti. Proposte, insomma, molto più su come fare politica che non su cosa fare, con la politica, nel mondo della vita quotidiana.

E allora la mia domanda finale nasce dalla prima domanda del moderatore, quella su come costruire una maggioranza. Perché una maggioranza serve, per realizzare una proposta. Per attuarla nelle leggi, e in quella vita quotidiana.

Le proposte dei relatori mi sembrano attente all’esigenza di aver ragione, di averla avuta domani, quando gli eventi avranno dimostrato la fondatezza di quell’analisi così attenta. Attente ad avere una maggioranza dopodomani, più che a fare qualcosa; più che all’urgenza di fare oggi, che pure nasce proprio da quella loro analisi.

E allora mi chiedo: come facciamo oggi a far succedere domani qualcuno di questi eventi nel modo che vogliamo noi, come è nostro interesse che vada? Prima della maggioranza di dopodomani.

Insomma, caro Gennaro: secondo te, domani … sarà più utile avere avuto ragione su tutto, o aver provato a fare qualcosa?

Al prossimo dibattito

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