[Versione aggiornata del post precedente in cui confondevo tra “collaboratori di giustizia” e “testimoni di giustizia”]

Il 7 luglio 2012 a Olginate abbiamo assistito a uno spettacolo teatrale sorprendente, capace di trasmettere una storia complessa, trasformando la vicenda personalissima di un individuo particolare in un messaggio su come l’Italia fatichi a tutelare i testimoni di giustizia, e la giustizia con loro.
È uno spettacolo sulla lotta sorda e silenziosa tra bene, male e noialtri, tra legalità, crimine organizzato e cittadini; uno spettacolo su quella lotta sulla quale si impernia tanta della nostra vita sociale e individuale; a ben vedere molta più gran parte della nostra vita di quanta sappiamo ricordare o affrontare ogni giorno.

Abbiamo visto “Padroni delle nostre vite” con Ture Magro e otto “attori virtuali” che dialogano con lui e incombono su di lui dai tre schermi video giganti che fanno da quinte e fondale per quello che altrimenti sarebbe un suo monologo.

Lo spettacolo è tratto dal libro “Organizzare il coraggio”, di Pino Masciari e sua moglie Marisa, adattato e ridotto da Ture stesso e da Emilia Mangano, psicologa, che producono insieme spettacoli teatrali didattici e di partecipazione sociale in Sciara Progetti.

Ture Magro racconta, grida, suda, riflette, si organizza e si dispera, reclama attenzione e tutela… tutto nel ruolo di Pino Masciari, imprenditore edile calabrese che prepara e mette in atto con grande cura la sua uscita dalla propria impresa e dalla propria vita, e l’ingresso nel mondo dei testimoni di giustizia, per poi passare gli anni successivi a testimoniare e a ricostruirsi. A testimoniare in tribunale in numerosi processi di ‘ndrangheta, a testimoniare in pubblico sulla vicenda propria e dei testimoni di giustizia in generale, e soprattutto a ricostruirsi pezzo per pezzo una specie di vita, con la sua famiglia, tra ‘ndrangheta e stato.

La circostanza più strana, e più difficile, e più emozionante: “Padroni delle nostre vite” mostra dal primo all’ultimo secondo Pino Masciari (anche quello vero, in video, che parla in televisione e in pubblico), racconta Pino Masciari, e però usa Pino Masciari come usa Ture Magro, come esempio e come strumento per raccontare una storia molto più importante.
Lo spettacolo racconta la storia di qualsiasi individuo, più o meno comune o speciale, più o meno querulo o orgoglioso, nobile e ignobile insieme, che si arrabatta e si affanna su un palcoscenico o in una vita, un po’ per scelta e un po’ per forza.

“Padroni delle nostre vite” racconta, certo in un caso particolarmente rappresentativo e compiuto, la storia di ciascuno di noi tra legalità e crimine, tra le misteriose miserie di un paese curiosamente incapace di assicurare a un cittadino sia la sicurezza in casa propria, sia una vita degna e una identità di copertura altrove, e le misteriose carenze di un’organizzazione criminale dalle risorse “praticamente illimitate” che sembra avere troppo da fare per stroncare una volta per tutte chi la sfida, o forse preferisce per costoro una vita da incubo a una morte anche atroce.

“Padroni delle nostre vite” ci porta a pensare cosa faremmo noi, cosa faremo noi, cosa abbiamo fatto noi, in situazioni simili. Ci ricorda che la stessa burocrazia legalissima e la stessa violenza illegale che tutti i giorni incrociamo e tolleriamo, le stesse di cui ci facciamo spesso attori, sono capaci di molto di più, e molto di più fanno ogni giorno.
Poi si ferma, e lascia a noi le domande principali:

Perché fanno così loro – lo stato se non la ‘ndrangheta, le forze di sicurezza se non le ‘ndrine?

E soprattutto: cosa posso fare io?

Uno spettacolo teatrale didattico, appunto. E di partecipazione sociale.

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